Dall’emergenza in
Africa all’Africa emergente
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| XII Corso di geopolitica |
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Ci sono molti
motivi per dire che l’Africa sta riprendendo la scena: i processi di
stabilizzazione e democratizzazione (sia pure difficili e controversi),
la fine di molte guerre interne con la conseguente necessità di studiare
una “governance” per il dopo conflitto, il petrolio e le materie prime.
La recente Coppa del mondo di calcio in Sud Africa ha presentato al
mondo un nuovo attore internazionale. La strategia di “contenimento” che
gli Usa, anche con Obama, stanno praticando nella regione
sahelo-sahariana, uno dei confini caldi fra mondo islamico e resto del
mondo, sta portando alla crescente militarizzazione del continente
(proprio mentre c’è chi finge di criticare i governi africani perché
spendono troppo in armi). La probabile
divisione del Sudan fra Nord e Sud rischia di far passare un messaggio
disastroso per tutta l’Africa: l’incompatibilità fra arabi e africani
come cittadini di uno stesso Stato. L’Africa è uscita
male ma non malissimo dalla crisi del 2008 in parte perché poco dentro
l’economia globale (ma con meno turismo, meno aiuti, meno investimenti
diretti). Si salvano gli esportatori di materie prime e anzitutto di
idrocarburi.
Gravi sono le
conseguenze del riscaldamento globale perché il clima africano è già
molto fragile. La desertificazione influenza direttamente crisi e guerre
locali per carenza di acqua e di terra. L’Italia non è
proprio in primissima linea ma ha dato qualche segnale di attenzione. I
ministeri economici al traino della Cooperazione si interessano
soprattutto ai paesi che promettono “ritorni” come l’Angola e l’Africa
australe in generale. La Farnesina sembra più concentrata su Corno e
Nord Africa condividendo per lo più la strategia americana.
In teoria, la Somalia resta una priorità ma Frattini l’ha affidata
nel suo ultimo viaggio nella regione alle cure dell’Etiopia, che però è
in uno stato di quasi guerra con l’Eritrea e la stessa Somalia. Due libri recenti
(Dambisa Moyo, L’aiuto che uccide,
Rizzoli; V. S. Naipaul, La
maschera dell’Africa, Adelphi) mettono in discussione la politica di
cooperazione e la funzionalità della storia e della cultura dell’Africa
ai fini della democrazia e dello sviluppo.
Tavola Rotonda
(lun. 7 febbraio)
La politica dell’Africa, una politica
per l’Africa
Partecipano:
Walter Veltroni
(Parlamentare), Giulio Albanese
(Direttore di “Popoli e Missioni”),
Javier Gonzalez Diez
(coordinatore per l’Africa occidentale –meridionale) e
Liliana Cereda
(coordinatrice per l’Africa centrale-orientale) della sezione italiana
di Amnesty International,
Godwin Chukwu
(rappresentante della diaspora nigeriana in Italia).
Coordina
Gian Paolo Calchi Novati
(Università de La Sapienza di Roma, Università
di Pavia)
Si discute troppo
di aiuti e troppo poco di rapporti paritari. Non si può più fingere che
l’Africa sia “fuori” dal sistema: è parte di una politica globale che
tocca i vari paesi del continente in modo diverso e che modifica sempre
più, a livello di classi o gruppi sociali, il grado di partecipazione e
di progresso. Restano problemi gravissimi di povertà, diritti negati e
violenza. La politica italiana deve alzare il livello del discorso
sull’Africa se vuole coordinarsi con un continente che cerca di agire da
protagonista almeno potenziale. (Tavola
rotonda ad
ingresso libero)
Una geopolitica in piena mutazione
(lun. 14 febbraio) Maria Stella
Rognoni (Università di Firenze) L’Africa coloniale
non esiste più. Anche il neocolonialismo ha perso di attualità. I
problemi dell’Africa attraversano il continente in direzione del
Mediterraneo, del Medio Oriente e del più ampio scenario del Sud
globale. Gli attori sono ormai soprattutto Stati e Uniti e Cina con la
Francia che arranca e l’Europa che si divide su quasi tutto. È
realistico parlare di “soluzione africana per i problemi africani” come
vorrebbe l’Unione africana?
Una democrazia inutile?
(lun. 21 febbraio) Gian Paolo Calchi
Novati (Università de La
Sapienza di Roma, Università di
Pavia) Il processo di
democratizzazione, che è più propriamente una forma di
istituzionalizzazione della politica, si diffonde con risultati alterni.
In alcuni Stati si sono verificati (come in Ghana) alternanze al potere
per via elettorale, ma i colpi di Stato non sono scomparsi del tutto e
in certe fattispecie incombe la sindrome dello “Stato fallito” (Somalia,
Guinea-Bissau). I governi con base elettiva si trovano a fare i conti
con le autorità tradizionali, che hanno molto potere in settori come la
terra e la giustizia e che godono di una forte legittimità agli occhi
della popolazione.
Narrativa e poesia, specchio della
società (lun. 28
febbraio) Itala Vivan
(Università di Milano) La letteratura
africana sta acquistando un notevole rilievo non solo per i valori
artistici ma per la sua capacità di identificare i problemi sociali e di
influire sui nuovi modelli di consumo e comportamento. Molto ricca è in
particolare la letteratura anglofona che ha in Nigeria, Sud Africa e
Kenya i suoi teatri più vivaci: Anche il cinema, ricco soprattutto
nell’Africa occidentale, contribuisce a questo revivalismo e al
dibattito che ne consegue.
Risorse in svendita
(lun. 7 marzo) Lia Quartapelle
(Ispi, Milano) La crescita
economica dell’Africa dipende dalla messa a disposizione del mercato
mondiale di risorse come il petrolio e i minerali vecchi e nuovi.
Multinazionali e Stati stranieri comprano o affittano vaste estensione
di terra per produrre beni agricoli da consumare fuori dell’Africa. Una
risorsa virtuale è anche la manodopera, oggi utilizzata soprattutto in
Europa attraverso l’emigrazione. Un primo bilancio di questa partita ai
fini dello sviluppo effettivo del continente.
Demografia, classi d’età e migrazioni
(lun. 14 marzo) Massimo Livi Bacci
(Università di Firenze) L’Africa ha una
popolazione in rapido aumento che non basta tuttavia a colmare tutte le
carenze e certi “vuoti”. Le conseguenze sui flussi demografici della
divisione per gruppi d’età. L’emigrazione verso le città e le coste, ma
anche verso l’Europa (emorragia dei migliori e funzione delle rimesse).
Il Corno della discordia e le
responsabilità dell’Italia
(lun. 21 marzo) Uoldelul Chelati
Dirar (Università di Macerata) Già sede del
colonialismo italiano dell’Ottocento e dell’“impero” fondato da
Mussolini, la regione che comprende Eritrea, Etiopia e Somalia è una
delle zone critiche dell’intera Africa, non solo per la dinamica spesso
turbolenta delle rivendicazioni reciproche fra popoli, nazioni e Stati
del Corno, a perché su di esso si ripercuotono le tensioni del
limes del e con il mondo
arabo-islamico.
La solita Africa, un’Africa diversa
(lun. 28 marzo) Lorenzo Fioramonti
(Research Fellow all'Università di Bologna ed all'Università di Pretoria
- Sudafrica); Stefano Liberti (il
Manifesto), Paolo Veronese (la
Repubblica). Coordina Fabrizio Matrone.
Idee e stereotipi
duri a morire si scontrano con le immagini di un’Africa che forse ha
conosciuto il degrado della modernizzazione prima ancora di essersi
pienamente modernizzata. L’esotismo, il pietismo e l’affarismo si
fondono in una rappresentazione che conserva ancora molti lati oscuri
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